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venerdì 23 dicembre 2016

Stagione 2 Episodio 40



Aprii lentamente la porta, la stanza era buia e le finestre erano chiuse. Dalla vasca della doccia udii una litania che mi fece venire i brividi. - Posso farcela. Posso farcela. Posso farcela. - Era Valentine, rannicchiata con la testa appoggiata alle ginocchia.
Mi avvicinai. - Puoi fare che cosa? - le chiesi cercando di tenere un tono della voce dolce, non volevo spaventarla e rischiare che si chiudesse in se stessa. Smise di parlare restando nella sua posizione.
Quando accesi la luce lei alzò lo sguardo e mi fissò sbiancando in volto. Dopo qualche secondo cercò di ricomporsi e di alzarsi, io però la bloccai facendole di no con la testa e mi sedetti accanto a lei.
- Allora? - continuai a chiederle col sorriso.
- Io... ho paura... - provò a dirmi. Stava tremando.
Le misi una mano sul ginocchio per calmarla. - E di cosa? - le chiesi gentilmente.
- Di non essere accettata. Di non essere d'aiuto al gruppo. Di non riuscire a trovare un modo per espiare le mie colpe. Credimi, so benissimo che ho commesso delle azioni tremende nei tuoi e nei confronti degli altri. Me ne vergogno ogni istante di ogni giorno... - Aveva la voce rotta e dagli occhi cominciarono a scendere lacrime. - Ho paura di non ricevere... il tuo perdono... - E scoppiò a piangere, un pianto diverso da quelli che le avevo visto l'anno prima.
Non avevo mai pensato che il peso di quelle azioni per lei fosse così opprimente da crearle un crollo nervoso.
Le porsi la mano che avevo appoggiato sul ginocchio e lei la strinse  alla fronte. - Fa con calma, hai tutto il tempo che vuoi. - le sussurrai. Scostai lo sguardo, non mi sembrava giusto guardarla in quel momento di debolezza. Sapevo benissimo che Valentine era disposta a tutto per me, ma io non volevo arrivasse a tanto.
Dopo una decina di minuti rialzò lo sguardo e prese un profondo respiro per calmarsi. - Scusa, non avrei dovuto. - Si asciugò le lacrime con il palmo della mano e mi fece un sorriso abbozzato.
Quel sorriso mi colpì al petto, ripensai all'immagine del suo viso contratto e le lacrime di sangue che le scendevano dagli occhi. Un brivido mi percorse la spina dorsale e l'abbracciai d'istinto Non voglio che sacrifichi di nuovo la sua vita, non riuscirei a sopportarlo, urlai nella mia testa. In quel momento capii che, al di là delle sue azioni, le volevo bene, come per Kaileena, Francis, e Jolene.
Mi staccai da lei e la guardai negli occhi. - Hai troppe paure. Fa solo ciò che ritieni giusto, questa è la nostra regola. Per quanto riguarda le tue colpe e i tuoi crimini, non devi essere tu a scegliere la punizione, ma io. - Le scostai una ciocca di capelli da viso. - Se non ci fossi stata tu i questi mesi non so come sarei riuscita ad andare avanti. Grazie. - ammisi. Era vero, ero sempre stato distaccato e freddo verso tutti loro. Era un meccanismo involontario del mio carattere... anche con Tiffany.
Lei mi fissò incredula. - Evaline... - sussurrò, poi prese un altro respiro. - Giuro sulla mia vita di essere all'altezza delle tue aspettative, mia sacerdotessa. -
- E questo che sarebbe? - ridacchiai.
- La mia iniziazione a questa congrega. - rispose con espressione risoluta, determinata.
Le presi le mani tra le mie. - Io... non posso accettare la tua iniziazione, non sarebbe giusto legarti a me in questo modo. Devi essere tu a trovare un modo per avere il tuo posto nel gruppo. - le dissi. Lei sbiancò in volto e abbassò il sguardo sconsolata. - Ma posso accettare i tuo giuramento come tua amica. - conclusi accarezzandole i capelli.
Valentine alzò di scatto lo sguardo, era raggiante come non l'avevo mai vista prima, e mi abbracciò con veemenza. Per un attimo provai imbarazzo, mi tornò in mente la sensazione di benessere che avevo provato il giorno che l'avevo conosciuta, il giorno che me ne ero infatuato. Il suo profumo e la sensazione di morbidezza del suo corpo attaccato al mio, era eccitante.
In quel momento Valentine cominciò ad ansimare - Evaline... - mi sussurrò all'orecchio.
Per un istante desiderai di assecondarla, poi l'immagine di Tiffany mi risvegliò da quel sogno. Mi scostai lentamente da lei riportandola alla realtà. - Amica, ho detto. - le ribadii.
Lei sembrava imbarazzata. - Scusa, non volevo... - biascicò mettendosi una mano sulla bocca.
Sospirai, era solo un momento di debolezza da parte di entrambi. - Va tutto bene. Non è successo niente, tranquilla. - sorrisi. Lei si calmò. - Adesso, però, potresti uscire? - le chiesi. Lei rimase attonita a quella richiesta. - Devo farmi la doccia, ho sudato molto stanotte e puzzo come una capra. - le spiegai alzandomi e aiutandola a mia volta a tirarsi in piedi. - Ma... - provò a replicare ma io la spinsi verso l'uscita. - Niente ma. Sciò, fuori. Fuori. E tieni d'occhio quei due per piacere. Non vorrei che si montassero la testa. - enfatizzai per farle capire il senso della frase.
- Sì, mia sacerdotessa! - mi sorrise lei.
- Grazie, Valentine! - le feci l'occhiolino.
Chiusi la porta, mi girai e mi ci appoggiai con la schiena. Che fatica!, sbottai. Presi un profondo respiro e cominciai a spogliarmi. Aprii l'acqua, mi lavai e mi vestii con gli abiti puliti. Asciugai i capelli e li tirai su a formare una coda mossa. C'avevo messo mezz'ora per prepararmi.
Mi guardai allo specchio. Cosa ne pensi?, chiesi a Evaline.
Meravigliosa, commentò lei con un briciolo di malizia.
Sì, lo penso anch'io, le sorrisi.
In realtà era un nostro modo per allentare la tensione e l'impazienza che impazziva nel petto.
Quando uscii dal bagno, vidi Valentine, Francis e Jolene dietro allo schermo del portatile.
- Che c'è? - chiesi.
- Forse sapiamo dove sono nascosti quei figli di puttana. - rispose Jolene.
Presi il telefono e mi gettai sul divano - Oh, sì, lo so . Si trovano al Charity Hospital. - controllai la rubrica.
- Allora andiamo a prenderci Thessa. - propose Valentine.
Notai delle brioche sul tavolino e ne presi una. - Non se ne parla neanche. Prima dobbiamo fare alcune cose e aspettare il momento giusto. - E morsi il dolce.
Tutti e tre si guardarono straniti ma io feci finta di niente e continuai la mia colazione. Poi telefonai a Kaileena.
- Pronto... - mi fece una voce svogliata e assonnata.
Sentire la sua voce mi fece venire un colpo al cuore, l'avevo vista morire brutalmente poche ore prima e quella sensazione di impotenza non era ancora sparita.
- Ciao Kaily. - le risposi cercando di rimanere calmo.
- Evaline? Hai bisogno del mio aiuto? - mi chiese svogliata.
- Sì. Ho un compito per te e credo ti piacerà. - risposi.
- Cosa devo fare? - chiese senza esitare.
Rimasi in silenzio cercando di trovare il coraggio per dirlo. - Devi sistemare quattro tue conoscenze. -
Lei rise. - Tu che chiedi a me di uccidere delle persone? Strano. -
- Vuoi aiutarmi o no? - chiesi scontroso. Era inutile, non mi piaceva qull'idea ma non c'era altra scelta.
- E me lo chiedi pure? Certo che ti aiuterò. È da tempo che ho sistemato quella faccenda, ma avevo paura che... - provò a giustificarsi.
- Sì, lo so... mi dispiace di essere stata dura con te, Kaily. Tu sei come una sorella per me, ti voglio e ti vorrò sempre bene nonostante tutto. - le risposi tristemente.
La sentii respirare ma non parlò per alcuni minuti. - Dimmi ora e posto. Ti coprirò le spalle, sempre e comunque. - Aveva la voce rotta come se avesse un nodi alla gola.
- Charity Hospital, stasera alle sette e quarantacinque. Cerca un posto dove tu possa vedere l'interno della vetrata principale del palazzo, saremo lì. - sospirai. - Per quella faccenda, ne parleremo quando sarà tutto finito, okay? - le chiesi con dolcezza.
- Va bene, sarò puntuale. Tu cerca di non morire. - mi fece.
Sorrisi. - Non questa volta. Te lo prometto. - e riattaccai.



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