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mercoledì 27 dicembre 2017

[Spinoff] Episodio 17



 Amita, Den e Alan mi guardarono dispiaciuti. Per un secondo ebbi paura che avessero capito che il ragazzo mi piacesse. Io invece stavo per crollare per la stanchezza e per lo stress provato, non abituata a stare in pensiero per una persona.
- Avete informazioni? E dai vostri contatti? Niente? - chiesi ad ognuno di loro.
Fecero tutti e tre di no con la testa, nessuno sapeva niente.
Entrai ufficialmente nel panico. - For... forse lo ha catturato quella tizia, Melinda... - ipotizzai.
- O forse è stato ucciso - fece Den.
- Continuo a dire che non ha senso - ribatté Alan.
- Ancora con questa storia? - chiese Den scocciato.
- Sì, lo ripeto ancora perché nessuno mi ascolta. Perché uccidere una buona fonte di informazioni? - spiegò Alan.
- Forse perché non tutti sono svegli come te - gli rispose malamente Den.
Amita si mise in mezzo. - Ehi, scusati. Sai che non mi piacciono questi atteggiamenti Den.
- Andiamo, non l'ho offeso. Ho solo espresso una mia opinione in merito - replicò.
- Allora dovresti spendere più tempo a cercare Warren piuttosto di demoralizzarci con le tue stupide teorie pessimistiche - lo rimproverò Amita.
Ero paralizzata ad ascoltare i loro continui battibecchi, capii anche che Den e Amita avevano una relazione da alcune frasi che si erano detti, ma non mi importava nulla. Volevo solo trovare Warren.
- Ora basta! - sbraitai esasperata. Tutti nella sala si zittirono. - Adesso voi rimarrete qui finché non tornerò con Warren, chiaro? - urlai.
- E come intendi trovarlo se nemmeno noi ci siamo riusciti? - chiese Amita, dal tono di voce sembrava stanca, come se non avesse dormito molto. Forse un effetto collaterale del suo potere, molte Streghe Chiaroveggenti soffrono d'insonnia per colpa delle loro visioni.
- Cercate nei posti sbagliati. Forse conosco qualcuno che sa qualcosa - le risposi.
- D'accordo, noi nel frattempo cerchiamo di trovare il cellulare attraverso il GPS ma le pratiche burocratiche sono lunghe, ci vorrà un po' - mi disse Amita con la voce stanca.
- Non se ne parla proprio, tu ti stendi sul divano e ti riposi. Al resto ci penseranno Alan e Den, va bene? - le ordinai. Lei fece di sì con la testa e io uscii dalla loro base.
Tornai nel Bayou dall'unica persona che poteva sapere di un rapimento insolito e che allo stesso momento non volevo più vedere, il Reggente.
Quando arrivai lo vidi armeggiare con il motore di una vecchia auto arrugginita e senza ruote.
- Bellezza, cosa ti porta di nuovo da me? Non ti sarai innamorata di questo vecchio spero? - mi chiese pulendosi le mani con uno straccio sporco di grasso e altri liquidi.
- Un mio amico e stato rapito, sai qualcosa? - gli chiesi senza mezzi termini, il tempo era fondamentale.
- Vengono rapite tante persone in questa città - mi sorrise. Era palese che sapesse qualcosa, ma per qualche motivo non voleva dire nulla.
- Ha una maschera con occhiali digitali e cappotto in pelle con cappuccio nero - gli dissi con voce più alta.
- Cavolo, vai proprio al sodo, eh? Siediti, ti offro una birra e ne parliamo - mi indicò una sedia.
Impugnai le pistole senza estrarle. - Non ho tempo da perdere.
- Ehi, ehi, ehi. Calma. Sì, ho sentito qualcosa in merito. Stamattina è stato preso in custodia dalla mafia cinese un ragazzo come quello che mi hai descritto. - alzò le mani intimorito.
- Dove l'hanno portato? - continuai.
- Fuori città... - rispose poco convinto.
Sapevo che stava mentendo o non diceva del tutto la verità. - Non farmelo ripetere! - gli intimai.
- Houston, Texas - mi rispose rassegnato.
- Cazzo, ci voleva tanto? - sbottai.
- Sì, ci voleva. E sai una cosa, con te ho un conto in sospeso, stronza - mi sbraitò mentre andavo alla mia moto e la accendevo.
Presi il telefono e avvisai Amita e gli altri della mia nuova destinazione. Quello che mi preoccupava era la facilità con cui il Reggente aveva ricevuto informazioni così precise, ma lasciai da parte quel pensiero e partii per salvare il mio amico.


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mercoledì 20 dicembre 2017

[Spinoff] Episodio 16



Mi ero rassegnata al fatto di poter finire la mia missione da sola, il mio nemico era più forte di me e sapeva nascondersi bene, ma non riuscivo ancora a capacitarmi di aver coinvolto dei ragazzi innocenti nei miei casini. Vendicare lo zio Mei era diventata un'ossessione, anzi no, un dovere per poter tornare dalla mia seconda famiglia senza rimpianti.
Avevo riferito tutto ciò che avevo scoperto ai miei nuovi compagni e loro in un paio di giorni avevano trovato la residenza di Melinda Rodes, una villa in periferia con vista sul Bayou.
Per quanto riguardava i tizi incappucciati di cui aveva parlato Matter non riuscirono a trovare nulla. Fortunatamente io sapevo, più o meno, con chi avrei avuto a che fare. Francis mi disse che alcune confraternite di Streghe Hashashin avevano l'abitudine di camuffarsi con vesti e cappucci a coprire loro il viso. Provai a chiedere ad alcuni informatori ma, a detta di tutti, sembravano fantasmi e coprivano le loro tracce in modo maniacale.
- Bé, sanno come mantenere un profilo basso - mi rispose Amita quando le riferii i miei inutili tentativi di reperire informazioni.
- Così basso da risultare invisibili anche a noi in casa nostra, il che non è poco, fidati - specifico Den.
- In pratica non abbiamo niente, di nuovo - feci massaggiandomi le palpebre. Quel stare sempre su un filo per trovare piste da seguire era snervante.
Amita fece di sì con la testa. - Forse se seguiamo quella Melinda Rodes scopriamo qualcosa, ma è rischioso avvicinarsi di nuovo
- Perché? - chiesi.
- Più segui una persona, più ci sono probabilità che ti scopra. E allora sono dolori - spiegò Alan.
- Allora la ucciderò dopo che mi avrà detto tutto - gli risposi seccata.
Warren alzò la mano e disse: - Non puoi.
Lo guardai male con le mani ai fianchi. - Pensi che sia così scarsa da non riuscire ad entrare in quella villa?
- No. Penso che non riuscirai mai ad uscirne da viva, cherie. - La sua maschera aveva gli occhi dell'emoticon risoluta.
Feci un profondo respiro per rilassarmi. Aveva ragione, quello che avevo in mente era un piano suicida. Avrei chiuso quella faccenda in fretta ma non sarei tornata da Evaline e avrei messo nei guai quei ragazzi. - E cosa suggerisci? - chiesi.
- Semplice, cherie. Usiamo il piano meno pericoloso: seguo quella stronza e se trovo qualcosa ve lo faccio sapere immediatamente. - Anche se era completamente nascosto dietro quella maschera nera sentivo che stava sorridendo.
Se gli succedesse qualcosa io non..., Mi meravigliai di quel pensiero. Quel piano mi piaceva ancora meno del mio, se venisse catturato gli strapperebbero informazioni con la forza.
- E se ti... - provai a dire.
- Tranquilla, starò attento, cherie. Non ho intenzione di morire tanto presto - mi fece l'occhiolino con gli occhiali digitali.
Io mi avvicinai e lo presi per il colletto del giubbotto in pelle nera. - Lo spero per te, quella gente non scherza - gli feci.
- Lo so. E poi dovresti smetterla di preoccuparti per me o tutti penseranno che c'è del tenero tra noi, mon amour - cercò di scherzare Warren.
- Idiota! - sbottai lasciandolo andare. In quel momento non lo diedi a vedere ma per un attimo arrossii.
- Come sempre, cherie - ribatté lui mentre andava a preparare l'attrezzatura da spionaggio.
- Sì, come no - sussurrai.
Tornai a casa con una strana sensazione nello stomaco. Rimasi sveglia tutta la notte a ripensare a quello che era successo, cosa potesse implicare in una vendetta come la mia e se una storia del genere potesse avere un futuro nel mondo delle streghe.
Oh, andiamo, Kaileena. Non sai nemmeno com'è fatto il suo viso, cercai di rimproverarmi mentre mi pettinavo i capelli.
Nessun uomo mi aveva trattata bene e con galanteria come aveva fatto Warren. Tutti gli uomini che avevo incontrato volevano qualcosa da me, una sveltina, una relazione clandestina, un furto o un altro lavoro... soprattutto per lavoro. Warren, invece, lo faceva perché gli piacevo e senza un fine ben preciso. Non nego che la cosa mi facesse eccitare da impazzire.
Il giorno dopo il telefono squillò, controvoglia lo presi notando che la chiamata era di Den.
Accettai la chiamata speranzosa in informazioni utili. - Dimmi che Warren ha trovato qualcosa di utile - gracchiai.
- No... non si tratta di quello. Abbiamo un problema - mi rispose Den.
Mi alzai a sedere in un istante. - Quale problema? - chiesi. Avevo la sensazione che i brutti presentimenti provati la sera prima si stessero concretizzando.
- Warren non si è fatto vivo stamattina. - Il tono della voce di Den era basso e pieno di preoccupazione.
- Starà ancora seguendo la stronza, no? - chiesi. Avevo i sudori freddi, ero terrorizzata.
- No, lui avvisa sempre Alan al mattino, è una sua abitudine per stimolarlo ad alzarsi. Non ha mai saltato un solo giorno - spiegò.
- Mi hai convinto, arrivo subito. Voi intanto cercate di rintracciarlo in qualche modo - cercai di contenere l'agitazione che provavo.
- Okay - mi rispose il ragazzo poco convinto e riattaccò.
Io mi vestii il più in fretta che potevo, uscii di casa e raggiunsi la base dei Cani da Guardia ma le loro espressioni erano eloquenti: pensavano che Warren fosse morto.


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mercoledì 13 dicembre 2017

[Spinoff] Episodio 15




Gli agenti mi portarono in centrale, mi misero in sala interrogatori ammanettata, una stanza quasi del tutto spoglia tranne che per un tavolo in acciaio, quattro sedie, una telecamera su un treppiedi e un enorme specchio a parete.
Restai a guardare il mio riflesso per molte ore, finché alla quarta quello che sembrava un detective aprì la porta, in mano portava una cartella e un sacchetto per le prove. Appoggiò il materiale davanti a me e accese la telecamera, poi aprì la cartella e cominciò a sfogliare i documenti al suo interno.
- Cognome, nome e data di nascita - esordì l'uomo indicando con un cenno la telecamera.
- Monroe, Marilyn, 1 giugno 1926 - gli sorrisi.
L'uomo alzò lo sguardo per la prima volta. - Questo non è uno scherzo, li riconosci? - mi fece e cominciò a farmi vedere le foto della scena del crimine, in particolare i tipi che avevo ucciso.
Io gli feci spallucce, non mi dicevano nulla, nonostante fossi io ad averli ridotti in quel modo.
Lui sbuffò contrariato. - Allora? Nessun rimorso? Nessuna reazione? - mi chiese.
- Dovrei? - chiesi di rimando senza battere ciglio.
- Hai ucciso sette persone a sangue freddo. Sei un sicario della mafia cinese? Italiana?Hai usato queste giusto? - mi chiese tirando fuori le mie pistole dal sacchetto, ma io feci sempre di no con la testa. - Spiegami il perché, allora?
Mi guardai attorno e mi grattai la testa, ero stanca di stare seduta li dentro. - La solita merda: spaccio di droga, contrabbandando di schiavi, prostituzione, tortura, omicidio. - risposi.
- Di cosa stai parlando? - continuò l'uomo turbato.
Mi misi a ridere. - Davvero non lo sai? Quel posto era il centro del traffico di droga e prostituzione della città. In più era anche un luogo di tortura di ragazze immigrate. Il bordello dei sadici. - confessai. Dire la verità poteva aiutare a far smuovere le acque, valeva la pena tentare.
- Potevi chiamare la polizia, avremo indagato - sbottò quasi arrabbiato.
Capivo il suo punto di vista ma scoppiai comunque a ridere. - Ma non prendermi per il culo, detective Holler! La gente che dovrebbe mettere in gabbia questi individui è la stessa che li paga per certi servizi personali.
- E chi sarebbero queste persone? - L'uomo sembrava incuriosito.
- Sindaci, giudici, procuratori, vigili del fuoco... poliziotti. La lista è molto lunga - risposi.
L'uomo rimase stizzito, era come se si chiedesse se fosse tutto vero. Lo capivo, era dura da mandare giù, comunque meglio dell'altra verità sulle streghe.
Si sporse in avanti, raccolse tutto tranne le fotografie e mi disse: - Bene, faremo dei controlli. Non ti muovere.
- Happy birthday, my Presindent... - canticchiai mentre raccoglieva tutto. - E dove dovrei andare? - gli risposi mostrandogli le manette.
Le foto sul tavolo servivano a farmi provare il classico senso di colpa per ciò che avevo fatto. Mossa inutile, visto che non provavo nulla per quei maiali. Il mio problema era come avrei fatto a fuggire senza uccidere nessuno: non tutti i poliziotti erano corrotti.
Un quarto d'ora dopo la porta si aprì ed entrò un altro poliziotto. Lo guardai meglio e lo riconobbi subito: era lo stesso della camera insonorizzata, ma senza sangue sul viso.
- Quindi lavori qui, eh? - gli chiesi beffarda.
Lui chiuse la porta dietro di se, si avvicinò e senza preavviso mi prese la nuca e mi fece sbattere la faccia sul tavolo. - Non devi dire un cazzo. Hai capito, puttana? - mi ordinò.
Sorrisi, era la mia occasione d'oro e fruttai la vicinanza dell'uomo per rubargli una penna dalla tasca, lui non si accorse di nulla. - Hai paura che ti scoprano? Ti vergogni, poverino. Piccolo sadico che non sei altro - lo sbeffeggiai.
Lui preso dall'ira mi fece sbattere di nuovo la faccia sul tavolo, stavolta il dolore era lancinante ma nonostante tutto non smisi di ridere. Quel dolore fisico era nulla in confronto al dolore che provavo nel cuore.
- Pensi sia un gioco? Che esiterei a ucciderti solo perché sei in una stazione di polizia? Tu non sai chi sono io, ma io so chi sei tu. Se solo una povera puttana, e sai cosa succede alle puttane disobbedienti? Muoiono - mi fece l'uomo.
Io risi ancora più forte, la minaccia non aveva avuto alcun effetto con me. - Hai ragione, io non so chi sei e, sinceramente, non me ne frega un cazzo. Mai i miei amici a quest'ora di certo lo sapranno.
- Amici? Quali amici? - chiese allentando la presa. - Rispondi, stupida troia! - sbraitò.
Poi fece per colpirmi con un pugno quando il suo cellulare cominciò a squillare. Lui mi guardò perplesso ma io gli sorrisi e fece spallucce.
L'uomo prese con cautela il cellulare dalla tasca e rispose. - Pronto... come? Ma chi cazzo...? - fece una faccia stranita e me lo passò.
Anch'io ero stupita della cosa. - Pronto? - chiesi.
- Ciao, sei nella cacca, a quanto vedo. Tranquilla, ci penso io. Metti in vivavoce per cortesia - Era la voce di Alan. Per un attimo mi rilassai e lo ringraziai mentalmente, se avessi agito di testa mia qualcuno sarebbe stato sicuramente ferito o ucciso. Misi l'apparecchio sul tavolo e accesi il vivavoce. - Puoi parlare - dissi.
- Grazie. Signor detective, le consiglio caldamente di lasciar andare la mia collega - disse Alan.
L'uomo rise nervoso. - E perché dovrei farlo? Dovrei obbedire ai capricci di uno stupido ragazzino invaghito della troia asiatica di turno?
<< Assolutamente no, signor detective. Ma se non lo fa, io schiaccerò un tasto sulla mia tastiera e tutti i suoi colleghi riceveranno, nei loro cellulari, un interessante video di lei che tortura un certo numero di giovani ragazze - spiegò con calcolata freddezza Alan. Un po' mi fece paura ed ero felice che fosse dalla mia parte.
- Che cazzo dici? Non ci sono riprese di quei momenti. Non c'erano nemmeno telecamere nelle stanze, tenta di nuovo sbarbatello - sbraitò il detective.
- In genere avrebbe ragione. Il signor Matter aveva gentilmente installato delle telecamere di sicurezza invisibili ad un occhio poco attento. Il mio problema era che il complesso era scollegato da internet e di conseguenza inviolabile per i miei mezzi. Ma se qualcuno inserisse fisicamente una connessione internet, la cosa sarebbe più che fattibile - continuò a spiegare Alan.
L'uomo mi guardò cominciando a sudare dalle tempie arrossate dalla rabbia. - Figlio di puttana!
- Mia madre non è una meretrice, signor Vertans, e le consiglio di moderare i termini, grazie. Per questa volta passerò sopra solo perché ha capito la situazione. Allora, acconsentirà alla mia richiesta? - chiese il ragazzo.
- Fottiti, stupido idiota! - sbraitò tirando pugni sul tavolo.
- Come vuole. Non dica che non l'ho avvertita, signor detective. - disse Alan e subito dopo riagganciò.
Pochi secondi dopo arrivò un messaggio di notifica sul cellulare dell'uomo che timoroso selezionò: era il video che Alan aveva descritto, due minuti e trentasette secondi di clip che lo inchiodavano.
Dopo altri trenta secondi la porta si aprì per l'ennesima volta e fu il detective Holler ad entrare. Era stupito nel vedermi con la faccia ricoperta di sangue. - Che stai facendo, Vertans?
- Io... stavo... - cercò di rispondere l'uomo.
- Sai che ti dico? Non m'importa. Esci, sei accusato di stupro, tortura e omicidio - continuò Holler. Poi altri due agenti entrarono, lo ammanettarono e lo trascinarono fuori dalla stanza.
Mi pulii il viso mentre richiudevano la porta. Ero di nuovo sola.
Finalmente, esultai mentre smontavo la penna e usavo l'asticella per aprire le manette.
Uscii dalla stanza e cercai la scrivania di Holler dove trovai la fusta con dentro le mie pistole, la presi e con tutta calma uscii dalla centrale. Una volta fuori un ragazzo con cappuccio e maschera mi venne incontro in sella alla mia moto.
- Hai rubato la mia piccolina dal deposito? - chiesi a Warren.
Lui mi porse il casco. - Farei di tutto per essere notato da te, cherie - mi rispose.
Montai in sella e lo strinsi alla vita. - Ci sei riuscito in grande stile, Warren - e appoggiai delicatamente la testa sulla sua schiena mentre partiva per riportarmi a casa.
Quel giorno mi resi che non potevo fare tutto da sola, che avrei avrei evitato inutili spargimenti di sangue se avessi collaborato con i Cani da Guardia e che ero spaventata da me stessa.



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mercoledì 6 dicembre 2017

[Spinoff] Episodio 14



 Aspettai seduta sul divanetto con la pistola nascosta dietro la schiena, dovevo rimanere completamente sola con lui per il mio personale interrogatorio.
Quando Matter entrò nella stanza, come previsto, chiuse la porta dietro di se e mi diede un'occhiata veloce. - Sei ancora meglio di quello che speravo, ho già il cazzo duro. - Sorrise.
Poi si diresse verso un armadietto, aprì la portiera rivelando un piccolo mimi bar e prese una bottiglia di whisky. Aprì il mobiletto sopra il primo e prese un bicchiere, andò alla scrivania e aprì il liquore.
- Allora, tu fai amore lungo, lungo? - cominciò a ridere mentre si versava un po' di whisky nel bicchiere.
- Full Metal Jacket? Davvero? Non avevi una battuta migliore? - gli chiesi tirando fuori la pistola e puntandogliela contro.
Lui all'inizio non si era accorto di nulla poi però girò la testa perplesso. - Ma tu non avevi un accento...? - E si bloccò.
- No, non faccio amore lungo, lungo e no, non ho un accento cinese - gli risposi con un sorriso sardonico.
Matter fece un'espressione eccitata. - E vuoi spararmi con una pistola finta?
Io presi la mira e sparai al bicchiere, che l'uomo teneva in mano, e andò in un istante in frantumi. - E... no, non è finta. - Sorrisi.
Lui restò a bocca aperta e alzò le mani in segno di resa. - Sei della mafia? Fai parte di quei macellai della compagnia? Oppure quei strani tipi incappucciati che girano ultimamente?
A ogni domanda feci di no con la testa e quando finì gli chiesi: - Perché usi quelle povere ragazze come carne da macello?
Matter si mise a ridere nervoso. - Chiedi il perché? Ma chi ti credi di essere, il giustiziere della città?
- Se serve a fare un po' di pulizia, perché no? - gli risposi.
- E cosa farai, andrai in giro in calzamaglia e mantello? - continuò a ridere lui.
Stava cominciando a darmi sui nervi quindi decisi di diventare più seria. - Rispondi alla domanda o ti faccio saltare il cervello - gli intimai. Lo avrei fatto comunque ma lui non lo sapeva.
L'espressione dell'uomo cambiò ancora diventando più serio anche lui. - Era destino. Da giovane ero così timido che nessuno mi cagava. Non avevo amici ed ero considerato quello strano da tutti. Le ragazze a scuola mi prendevano per il culo o mi picchiavano: l'unico segno d'affetto che mi meritavo, dicevano. A casa non andava meglio, mia madre mi bastonava a sangue ogni giorno e a mio padre non fregava un cazzo. - Abbassò le mani e si appoggiò alla scrivania.
- Solo questo? Molti ragazzi hanno avuto la stessa esperienza ma non vanno a massacrare ragazzine impaurite - gli dissi con disprezzo.
- Certo che no. Quello era solo l'inizio, diventando più grande le cose erano peggiorate. Le compagne che ero riuscito a conquistare dopo un po' mi lasciavano per colpa dei miei problemi infantili: no erezione, no party. Sai quant'è difficile evitare di pensare agli abusi che ho ricevuto? Ma che ne sai... Comunque, un giorno una donna di nome Melinda Rodes mi offrì la possibilità di amministrare il traffico di immigrati e la prostituzione. Feci i salti di gioia perché potevo finalmente vendicarmi di tutte quelle troiette che mi avevano reso la vita impossibile. Potevo torturarle, fare loro quello che mi interessava e, se poi mi stancavo, eliminare il problema. Il fatto che mi eccitava straziare i loro corpi era solo un optional. Contenta adesso? - mi chiese infine.
Rimasi ad ascoltare tutto e capii che era uno psicopatico omicida con il potere e i mezzi per farlo, ma restai impassibile per quanto potessi resistere. - E della compagnia che cosa sai? - gli chiesi.
- Il loro capo è quella troia dai capelli corti, Melinda Rodes. Quella vacchetta sempre assieme a dei tipi incappucciati come i membri di una setta satanica vecchio stile, e sono pericolosi. Non si fanno problemi ad ammazzare la gente, un po' li ammiro, vorrei avere quello stile. Poi ci sono quei tre tipi strambi e sono anche peggio di quelli incappucciati, ho sentito che uno di loro è l'artefice del Massacro Della Città Dei Morti. I loro agganci sono ovunque nella città e nel mondo, che cosa potrebbe fare una puttanella come te per fermarli? - e si mise ancora a ridere.
Sospirai, mi aveva detto tutto spinto dalla paura e dall'ego, il piano aveva funzionato meglio del previsto anche grazie a una buona dose di fortuna. Chi l'avrebbe mai detto che Shon Matter fosse, oltre a un maniaco omicida, anche un grandissimo idiota, ironizzai nella mia testa.
- Grazie! - gli dissi. Poi premetti il grilletto. La materia grigia e il sangue schizzarono sugli scaffali e il corpo cadde a terra.
Andai al computer e presi la chiavetta, che fortunatamente non si era sporcata, e uscii dall'ufficio. Subito notai tre degli uomini di Matter che trascinavano alcune ragazze terrorizzate nei camerini.
Io estrassi la seconda pistola e la puntai verso i tre uomini. Sparai in contemporanea ma udii solo uno sparo, due uomini furono colpiti in al petto e alla schiena e caddero a terra morti. Il terzo lo colpii alla spalla con un secondo tentativo e provò a fuggire in un corridoio laterale.
Improvvisamente, le ragazze e gli attori cominciarono a correre verso l'uscita urlando in preda al panico. Capii di aver fatto un errore ad usare la pistola senza silenziatore. - Merda! - imprecai.
Corsi in mezzo al set della cantina degli orrori dove c'era una ragazza stesa su un tavolo coperta di sangue e ferita gravemente, accanto a lei un uomo di mezza età con un passamontagna e un arnese che non riuscii ad identificare. Puntai la pistola e gli feci saltare la testa.
Uscii dal set e vidi passarmi accanto l'uomo ferito, presi la mira e premetti il grilletto. L'uomo cadde a terra in una pozza di sangue.
Proseguii fino al secondo incrocio e girai a destra per raggiungere la stanza insonorizzata chiusa ma fui fermata per la spalla da uno dei buttafuori.
- Cosa credi di fare? - mi fece.
Con uno scatto, afferrai la mano dell'uomo, la torsi e gli feci una proiezione buttandolo a terra. Puntai l'arma verso il secondo buttafuori e sparai colpendolo in pieno, poi appoggiai la canna sulla testa del primo e lo uccisi.
In quel momento un uomo uscì dalla stanza che volevo raggiungere e mi puntò la pistola contro. Dalla posa che aveva e dal modo di impugnare l'arma capii che era ben addestrato.
- Ferma, sei in arresto, stronza. - mi fece mentre alcune sirene della polizia, che in precedenza non avevo sentito, si avvicinavano.
Calcolai i tempi di reazione della polizia, erano stati troppo veloci. Poi ricordai che Matter aveva abbassato le mani e le aveva appoggiate alla scrivania. Un allarme, figlio di puttana!, imprecai mentalmente.
Provai a fare un passo verso l'uomo, se era lì dentro significava era un poliziotto corrotto e se avessi fatto in fretta ad eliminarlo, forse sarei riuscita a scappare in tempo. Purtroppo il poliziotto si mise in copertura dietro all'intelaiatura della porta impedendomi di colpirlo.
Quando arrivarono gli altri poliziotti misi a terra le armi, mi misi in ginocchio e intrecciai le mani sulla testa.
Per tutto il tempo, anche mentre mi arrestavano, continuai a fissare il poliziotto corrotto che nella confusione ne approfittò per scappare da una porta sul retro.  


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mercoledì 29 novembre 2017

[Spinoff] Episodio 13





Salutai tutti con un cenno e andai fuori. Montai in sella alla mia moto e indossai il casco quando vidi Den attraversare la strada.
- Cosa vuoi? - chiesi. Ero stanca di ripetere sempre le stesse cose.
Lui sospirò come se stesse buttando fuori la frustrazione che provava. - Mettiamo... mettiamo il caso che riesci ad arrivare agli studi, come farai ad entrare? Quel posto è una fortezza.
Sorrisi, era davvero ingenuo. - Con due trucchi che tu non potrai mai usare - E mi strinsi il petto in modo provocatorio.
Den non batté ciglio. - Spero per te che funzioni
- Ma come, neanche una piega? Interessante... - Abbassai la visiera del casco e accesi il motore.
- Fottiti! - mi urlò mentre acceleravo e imboccavo la strada.
Ci misi due ore ad arrivare a destinazione, la Crescent City Connection era intasata e usai quel tempo per riflettere. Speravo di non mettere in mezzo quei ragazzi ma forse era inevitabile, ormai erano entrati nel mondo delle streghe e avrebbero dovuto convivere ogni giorno con minacce mortali.
Parcheggiai davanti agli studi, un palazzo di mattoni a tre piani dei quartieri bassi, all'entrata c'era una fila di ragazze molto giovani bloccate da due uomini in giacca e cravatta. Mi tolsi il casco e tirai giù la lampo del giubbotto in pelle mettendo in risalto il decoltè.
Senza farmi notare, mi aggiunsi alla fila e aspettai che ci facessero entrare tutte insieme. Purtroppo il mio piano rischiò di farmi mettere nei guai: infatti i due uomini cominciarono a far entrare le ragazze una alla volta.
Appena arrivato il mio turno uno dei due mi fermò con la mano. - Fammi vedere il tesserino - mi disse.
Per un attimo entrai nel panico, non credevo che la base del traffico di prostitute avesse bisogno di tesserini, anche se mascherata da studio cinematografico.
Aspetta, se usano ragazze immigrate illegalmente non ha senso usare documenti, pensai
- Quale tesserino? - feci con un accento cinese. Ero poliglotta e anche brava a simulare accenti.
L'uomo abbassò la mano. - Va bene, entra... - provò a dire.
- Aspetta. E quelle? - mi chiese l'altro indicando le mie armi.
Dovevo inventarmi qualcosa e in fretta o sarebbero stati guai. Tirai fuori le pistole e le impugnai come se non sapessi usarle. - Mani in alto e fuori i piselli, questa è una rapina, amori miei.
I due si guarda perplessi e poi fecero una faccia eloquente. - Quel tizio è fuori di testa - rise uno. L'altro fece di sì con la testa compiaciuto.
Questi due sono proprio stupidi, esultai nella mia testa.
- Posso entrare adesso? - chiesi.
- Sì, certo. - mi rispose il secondo uomo.
All'interno cominciai a guardarmi attorno, era uno stabile con molti set cinematografici: le prime quattro erano riproduzioni di stanze o camere da letto, le due più in fondo, invece, erano simili a cantine degli orrori con tanto di giocattoli di tortura. Girai a destra e notai altri due stanze, aprii una delle porte e capii che non erano semplici set come gli altri: erano camere completamente vuote e dalle pareti insonorizzate con quattro telecamere ai quattro angoli, il pavimento era pieno di chiazze di sangue. Provai ad aprire anche la seconda ma un uomo mi urlò - Occupato! - e lasciai perdere.
Tornai indietro vidi ragazze frustate da uomini eccitati, bondage dove le donne venivano umiliate pesantemente, e altre picchiate così forte da farle piangere dal dolore.
Era strano, un po' mi eccitava ma allo stesso tempo mi dava la nausea. Forse perché era tutto sbagliato, o almeno era quello che pensavo.
Dopo aver girato per l'ennesima volta a destra individuai il regista, un uomo ben posato ed elegante sulla trentina che parlava con una sua addetta.
- Porta qui quelle nuove, devo fare il discorso - le ordinò mentre le palpava il seno come se niente fosse.
- Sì... - rispose la donna e fece per andare via quando Matter le diede una forte strizzata sul sedere, lei si irrigidì ma continuò ad avanzare.
È veramente uno schifoso maiale..., restai di stucco.
Mi avvicinai cercando di farmi notare. - Ciao, sei tu il regista? - chiesi.
Lui rimase imbambolato quando mi vide. - Ma certo bellezza, in carne e ossa - rispose mordendosi le labbra eccitato.
- Posso fare un provino? - continuai civettando.
- Certo che puoi, tesoro - mi rispose ancora e si avvicinò al mio orecchio. - Nel mio ufficio dopo il discorso per le verginelle. - sorrise.
- Ti aspetterò lì. Non metterci troppo, la mia fica è già bagnata - gli dissi e feci per andarmene quando sentii una mano stringermi una natica. La cosa mi fece rabbrividire ma mi limitai a girarmi e a fare uno sguardo eccitato.
Avanzai per il corridoio e finalmente trovai l'ufficio di Matter, entrai e richiusi la porta. L'ufficio era diviso in due ambienti: da una parte c'era la scrivania, il computer e scaffali pieni di cd; dall'altra un paio di divanetti rossi con tavolino al centro. Andai al computer e lo accesi, aprii del tutto la giacca, presi la chiavetta USB e la inserii in una delle porte. Alzai lo sguardo verso il monitor e capii subito che stavo osservando le riprese delle telecamere di sicurezza dell'ufficio, dei corridoi, delle cantine degli orrori e delle camere insonorizzate: in una di esse c'era un uomo che stava brutalmente massacrando una ragazza.
Presi il cellulare e chiamai i ragazzi. - Warren, ho fatto.
- Bene, cherie. Ma come hai fatto a... - provò a dire ma qualcuno gli prese il telefono prima che finisse la frase.
- Pronto, Kaileena, sono Alan. Ho il segnale - E sentii Warren esultare per qualche secondo per poi fare un verso di disgusto. - Ti dicevo, mi serve una registrazione della confessione.
Capii che Warren mi stava guardando attraverso le telecamere e che io sotto alla giacca indossavo solo il reggiseno. Mi sbrigai a chiudere la giacca e dissi ad Alan: - Tra poco Matter farà un discorso per le nuove arrivate. Spero faccia una confessione involontaria in diretta.
- Bella idea. Provvedo subito. - E riagganciò.
Riposi il telefono in tasca, andai alla porta e la aprii un po' per sentire cosa dicesse il mio obbiettivo.
Matter andava avanti e indietro davanti una fila di ragazze impaurite. - Bene, bene, bene. Voi siete qui per un motivo molto semplice: ho speso molti soldi per farvi venire in America. Ho dato quei soldi a persone molto potenti che hanno fatto molte cose per portarvi qui, cose illegali. Ora voi mi ripagherete lavorando per me. Ora voi siete di mia proprietà e se volete tornare libere farete tutto quello che vi dico. Se vi chiedo di fare pompini tutto il giorno, succhierete cazzi tutto il giorno. Se vi chiedo di farvi scopare da dieci uomini di fila, voi aprirete le gambe e godrete come vacche in calore. Se vi chiedo di farvi bastonare a sangue, voi accetterete volentieri. Se vi chiedo di farvi torturare dai clienti voi mi ringrazierete con un bel sorriso sulle labbra. Non ammetto nessun no, solo sì. E sapete perché? - guardò tutte aspettando una risposta che non arrivò. - Perché non siete altro che spazzatura. Ognuna di voi e merda che mi deve un mucchio di soldi e, in un modo o nell'altro, mi ripagherete. È chiaro, stupide puttane? - sbraitò.
Le ragazze annuirono terrorizzate.
- Ottimo. Ora andate a sistemarvi, stasera girerete per le strade e vi farete sverginare per ben bene. Andate. Muovetevi, cazzo - ordinò Matter.
Chiusi la porta, andai su uno dei divanetti, estrassi una delle pistole e avvitai il silenziatore, ed infine attesi che la mia preda entrasse per fargli qualche domanda.



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mercoledì 22 novembre 2017

[Spinoff] Episodio 12



Due giorni dopo, come previsto, i ragazzi mi mandarono un messaggio: Abbiamo trovato un modo per colpire il loro traffico di prostitute.
Mi stupii del fatto che fossero stati così veloci a trovare collegamenti di quel tipo con una compagnia fantasma. Persino io, con tutto quello che sapevo, ero ancora a un punto morto.
Presi le mie due pistole, ancora non mi fidavo del tutto di loro, la giacca in pelle e raggiunsi il loro covo. Quando aprii la porta li trovai tutti lì a smanettare con le tastiere e il mouse e a correre da una parte all'altra dell'ambiente.
- Buongiorno... o buonasera, dipende da che ora è - mi salutò Amita.
- È giorno... - la guardai perplessa. Dalle occhiaie che aveva capii che non aveva dormito molto nei due giorni che li avevo lasciati soli. Anche Den e Alan aveano gli stessi segni di stanchezza.
- Oh, ecco perché mi gira la testa. Pazienza - alzò le spalle lei.
- Allora, come facciamo a fermare quel cartello? - chiesi per sbrigarmi e lasciarli riposare.
- Bonjuor, cherie. Se abbiamo a che fare con dei porci colpiamo nelle parti basse - rispose Warren che finalmente mi aveva vista.
- Cosa? - continuai a chiedere.
- Intendeva dire che dobbiamo colpire il capo di quel traffico - spiegò Amita.
- Okay, quindi chi è? - Ero impaziente di togliere di mezzo altra spazzatura.
Amita mi guardò storta, non sembrava convinta del mio comportamento. - Si chiama Shon Metter ed è un vero bastardo. La sua copertura da regista porno mi fa venire il voltastomaco
- Ottima copertura, entrano ed escono continuamente ragazze e nessuno potrebbe sospettare nulla. - ragionai ad alta voce.
- Esatto. E non è tutto. Appena una ragazza nuova arriva sotto la sua ala protettrice le fa picchiare e le inizia alla droga così da poterle controllare. In più produce davvero dei porno che vanno dal classico sadomaso al BDSM più squallido - spiegò Warren continuando ad usare il mouse.
Poi mi fece vedere un video di una ragazzina poco più grande di Jolene legata al soffitto con delle manette e imbavagliata, presa a frustate sulla schiena, bastonata con un manganello e sfregiata con un coltello militare da un uomo con addosso una maschera in cuoio e la pancia prominente. Capii che quella non era una recita dai movimenti della ragazza dal movimento di camera, praticamente immobile, e dal sangue che sgorgava da ferite reali. Capii anche che l'uomo era euforico nel far del male a quella povera ragazza.
- Figlio di puttana! - esclamai con una mano sulla bocca.
- Su questo siamo d'accordo. Una mia amica ha rischiato il coma per colpa di quel maledetto bastardo. La sua faccia è irriconoscibile. L'hanno tagliata, pestata e, per finire, le hanno gettato dell'acido in faccia. E indovina? Era solo un provino... - disse Amita mordicchiandosi le unghie.
Questo bastardo, assieme ai suoi amichetti, meritano una punizione esemplare, esultai nella mia testa.
Estrassi le pistole e controllai per l'ennesima volta le pistole e i caricatori. Mi guardai nelle tasche e feci un sospiro di sollievo quando sentii con le dita il silenziatore.
- Cosa hai intenzione di fare? - chiese timidamente Alan.
Io gli sorrisi. - Farò in modo che non facciano più male a nessuno.
- Quindi vuoi fare secco Matter? - mi chiese Den.
- Sì, voglio farlo fuori. Ora, mi date l'indirizzo dello studio cinematografico o me lo devo prendere da sola? - gli intimai. Era inutile, quel ragazzo non mi piaceva per niente.
- Te lo abbiamo già detto, noi non uccidiamo nessuno. Sei sorda per caso? - continuò Den.
- Ha ragione! - sbottò Amita. Aveva lo sguardo rivolto al pavimento.
Den incrociò le braccia. - Sentito?
- No, Den. Ha ragione lei. - Den la guardò stupito ma Amita fece finta di niente e continuò. - Se non lo fermiamo del tutto altre ragazze finiranno uccise... o peggio.
- Ma... - provò a replicare Den ma lo fermai.
- Tranquillo, non sarete voi a uccidere ma io. E solo io avrò quel sangue sulle mie mani. - cercai di spiegargli.
Alan si intromise con un debole colpo di tosse. - U-ucciderlo non servirà a n-nulla. Prima... prima bisogna smascherare i suoi traffici... e poi potrai... - fece un cenno con la testa per farmi capire cosa volesse dire.
- Quindi, qual è il piano? - gli chiesi.
Alan rimase qualche secondo a fissarmi, poi corse alla sua postazione, prese una chiavetta, la inserì nel suo portatile e fece scaricare qualcosa. - Ecco qua. Inserisci questa nel pc di Shon Matter e noi potremo registrare attraverso qualsiasi videocamera del complesso. Se riuscissi a fargli confessare tutto di sua spontanea volontà sarebbe perfetto.
Presi la chiavetta con la bocca aperta, ero stupita di quanto fosse in gamba quel ragazzo. - Ottimo. Se sei tu a chiedere lo farò di sicuro - gli sorrisi.
Lui alzò la mano e mi fece il pollice in su. - Come ha detto Kaileena, non saremo noi a uccidere quel figlio di prostituta. - disse e tornò a guardare il monitor.



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mercoledì 15 novembre 2017

[Spinoff] Episodio 11



Non riuscivo a capire come mai mi fossi trovata in quella situazione. Ero sempre stata attenta a ogni passo che facevo, era una abitudine di cui ero orgogliosa coltivata durante i numerosi furti e nessuno era mai riuscito a scoprirmi. Eppure un gruppo di sbarbatelli che giocano ai vigilantes mi aveva presa, mi sentivo una novellina.
- Mon amour, che ci fai qui? - mi chiese il ragazzo mascherato spezzando la tensione che si era creata.
Rilassai le spalle, dovevo essere pronta ad agire in qualsiasi momento. - Come ho detto anche a lei, sono una vostra fan - gli risposi.
- E io continuo a non crederti - ribadì la ragazza con la pistola più salda di prima nelle mani.
- Infatti. Nemmeno io le credo. Secondo me è una spia della Expedition Corp. Io propongo di ucciderla e lasciare il suo cadavere davanti alla porta d'ingresso, nessuno scherza con i Cani da Guardia - fece il ragazzo di colore. Lo guardai meglio, era alto e robusto con capelli corti e la faccia da prepotente.
Il ragazzo mascherato alzò le mani. - Ehi, ehi, calma non esageriamo. Questa è solo una tua ipotesi, non la verità.
- Chi se ne frega. Si è intrufolata nel nostro covo e ora ne pagherà le conseguenze. - continuò quello di colore.
- Noi non uccidiamo nessuno! - urlò il ragazzo apatico, ed entrami i suoi amici si zittirono.
Dopo una piccola pausa mi schiarii la voce e dissi: - A dire il vero sono una mezza fan. Sto indagando su chi ha ucciso mio zio e per ora sono a un punto morto. So solo che a dare l'ordine è stata una donna dai capelli corti e biondi a capo della vostra amata compagnia fittizia.
Il ragazzo mascherato mi guardò con l'emoticon felice. - Quindi sei dei buoni. Questo mi rincuora, mon amour.
- E cosa ci facevi in quel magazzino? - chiese la ragazza ancora titubante.
- Stavo seguendo una pista che voi avete letteralmente mandato a puttane - risposi avvicinandomi di qualche passo.
La ragazza rise nervosa. - Quindi stai dicendo che saresti dalla nostra parte? - e anche lei rilassò le spalle.
Sfruttando quel momento di distrazione, con una presa militare, le tolsi la pistola. La ragazza rimase sorpresa dalla mia velocità e alzò le mani mentre gli altri tre sussultarono restando immobili.
Ottimo, ho fatto vedere chi comanda. Ora passiamo alla seconda parte del piano, esultai.
Senza battere ciglio andai verso il tavolo centrale e smontai il caricatore, tolsi il proiettile in canna e poggiai il tutto vicino a uno dei computer.
- Bene, risolto questo inconveniente vi chiedo: il nemico del mio nemico è mio amico o mio nemico? - Incrociai le braccia aspettando la loro risposta.
I quattro si guardarono titubanti sul da farsi, poi quello con la maschera alzò la mano. - Ehm... io pensavo di essere più di un ami... - provò a dire ma fu fermato dalla ragazza che gli diete uno scappellotto.
- Siamo alleati... per ora. - fece il ragazzo di colore.
Adoro i piani ben riusciti, esultai.
- Mi sta bene - risposi. - Cominciamo a conoscerci meglio, come vi chiamate?
Riluttante la ragazza cominciò con le presentazioni. - Mi chiamo Amita questi tre mi hanno nominata capo dei Cani da Guardia. Questo idiota mascherato è Warren e quello che voleva farti fuori è Den. Mentre lui è Alan, sembra un po' tonto ma in realtà, quando si impegna, cafga in testa a tutti noi in fatto di elettronica e se lo prendi per il culo te la vedrai con me. - Sull'ultima frase mi rifilò un'occhiataccia che quasi mi fece preoccupare.
- Ricevuto. E come vi siete trovati in questo casino? - continuai a chiedere.
- Per il tuo stesso motivo - fece timidamente Alan.
- Cioè? - Stranamente nessuno voleva parlarne e pensai fossero cose troppo personali. - D'accordo. Allora ditemi come avete fatto a trovare quel magazzino senza soffiate?
Warren guardò Amita che gli fece di sì con la testa, poi andò verso una piccola libreria, prese un vecchio quaderno nero dalle pagine ingiallite e lo portò sul tavolo. - La nonna di Amita le diede questo in punto di morte. Dopo averlo esaminato abbiamo scoperto che quel magazzino era già stato usato negli anni 60' da una organizzazione criminale chiamata Macchia Nera - spiego.
Provai a ragionarci su ma non riuscii a capire il collegamento. - E quindi?
- Quindi la direttrice dell'Expedition Corp è la pronipote di un membro della Macchia Nera, un certo Tilan Von Ziegler - rispose Amita.
- State dicendo che questa Macchia Nera è qui in città e che sta contrabbandando droga e armi? - chiesi ancora più confusa.
- No, no. no. La Macchia Nera è stata distrutta nello stesso periodo in cui è stato scritto questo libro contabile. A quanto pare un gruppo di vigilantes che si faceva chiamare le Leggende di New Orleans l'hanno smantellata quasi del tutto, l'unico che gli era sfuggito era proprio questo Ziegler - spiegò Warren, sembrava quasi eccitato a raccontare tutto ciò.
- E come avete trovato tutti questi dettagli? Internet? - chiesi sfogliando il quaderno nero.
- No, mia nonna era un membro di queste Leggende e mi ha raccontato tutta la storia finché non lasciò il gruppo per questioni famigliari - rispose Amita.
- E come avrebbero fatto...? - provai a chiedere.
- Erano tutti e cinque streghe, come lo è Amita - mi rispose Alan che si era rimesso a schiacciare tasti sulla tastiera. In quel momento capii cosa volesse dire Amita, quando Alan stava davanti ad un computer era come se si trasformasse da ritardato a genio in un istante.
Ripensai alla risposta e rimasi a bocca aperta, non conoscevo quella storia e nemmeno di Leggende di New Orleans nonostante i miei numerosi viaggi e ricerche per i furti di oggetti antichi per le streghe. Le risposte plausibili per tale situazione poteva essere: io non ero così brava come pensavo oppure la gente del mondo delle streghe voleva dimenticarsi di loro per qualche motivo.
- Alan. Quante volte ti ho detto di non dire certe cose? Non si insultano gli amici - si lamentò Amita.
- Ma se puoi prevedere le cose? - continuò Alan.
Amita stava per replicare ma io, stremata dai loro discorsi, sbottai: - Una Strega Chiaroveggente? Ora capisco come sei riuscita a prendermi alle spalle.
Amita strabuzzò gli occhi. - Ma cos...?
Sospirai stanca. - Alan ha ragione. Le streghe esistono e noi due facciamo parte di quel mondo. Però mi stupisce che tu sia ancora un'anima solitaria in questa città, in genere persone come te o muoiono presto o si uniscono a una congrega - ragionai ad alta voce.
Amita aveva lo sguardo pietrificato, come se stesse guardando un pazzo. - Non capisco il perché ma stavolta ti credo... - borbottò. Ringraziai il legame empatico che ci impediva di mentire tra noi.
- Storia lunga, ti spiegherò un altro giorno - tagliai corto. - Tornando a noi, spero abbiate altre piste da seguire altrimenti siamo nella merda. - Lasciai cadere il libro contabile sul tavolo attirando ancora di più l'attenzione di tutti i presenti.
- In un certo senso... ma abbiamo bisogno di fare altre ricerche prima di agire - rispose Warren.
- D'accordo. Io torno a casa quando avete finito chiamatemi... - presi un foglio di carta e scrissi il mio numero di cellulare. - Qui! A presto. - E me ne andai da dove ero venuta.
Quando tornai alla moto mi resi conto di quanto ero stata fortunata a calmarli e a renderli miei alleati. Speravo solo di evitare che si facessero male, dopotutto erano brave persone, anche se agivano nell'illegalità.


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mercoledì 8 novembre 2017

[Spinoff] Episodio 10






Percorsi le strade principali e secondarie cercando di non farmi notare, ero abbastanza brava in questo. Ma mai come Francis, dopotutto era una Strega Hashashin, aveva un talento naturale per seguire gli obbiettivi che io mi sognavo.
Dopo vari giri a vuoto per il Quartiere Francese, il furgone svoltò in una vietta interna, in fondo c'era un garage accanto a quello che sembrava il retro di un negozio. La grata del garage si aprì, lasciò entrare il furgone e si richiuse.
Quindi questa è la loro base operativa, eh?, sorrisi. Sapevo che il Quartiere era uno dei migliori posti al mondo dove nascondersi.
Tornai a casa, fare irruzione in quel momento mi avrebbe fatto scoprire immediatamente. Lo avrei fatto la notte dopo quando ormai avevano la guardia abbassata.
Una volta tornata a casa mi spogliai, non mi piaceva stare vestita in casa, i vestiti erano come una camicia di forza e non riuscivo a rilassarmi, soprattutto dopo la morte dello zio Mei.
Accesi il portatile per cercare informazioni sulla base di quel ragazzo e i suoi complici e scoprii che il negozio accanto al garage era una libreria ma non trovai nulla su quel strano ragazzo mascherato.
Alla fine mi arresi e andai a sdraiarmi sul divano. Ripensai a come il ragazzo con la maschera mi avesse trattato, era stato simpatico e carino, tanto da farmi sorridere davvero per la prima volta dopo settimane di rabbia e sentimenti di vendetta. Con quel pensiero mi addormentai e riuscii a riposare serenamente.
Il giorno dopo mi alzai e accesi la televisione, andai in cucina a preparare del caffè e tornai al portatile. Cercai inutilmente collegamenti con quello che sapevo ma quelle persone sembravano dei fantasmi, non riuscivo a trovare nulla.
Rimasi alcune ore a cercare informazioni, quando al telegiornale del pomeriggio diedero la notizia dell'esplosione al porto della notte prima. Alzai il volume per ascoltare meglio: diedero la colpa ad una fuga di gas e un piccolo accenno a un gruppo di hacker, purtroppo non diedero nomi o acronimi utili per una ricerca veloce.
Ritornai sul portatile e cercai tutti i gruppi di hacker abbastanza spavaldi da piazzare delle bombe, e quasi immediatamente trovai un video su Youtube dove qualcuno rivendicava l'attentato, qualcuno che conoscevo bene: il ragazzo mascherato.
“Questo video è per voi soggiogati dalle cazzate dei telegiornali pagati da multinazionali corrotte. Non c'è stato nessun morto, nessun ferito.
Le uniche vittime di questo attentato sono le armi e la droga che vengono quotidianamente importati nella nostra amata città. I responsabili di questo traffico di morte sono i dirigenti della Expedition Corp, attraverso mazzette e ricatti.
Noi non siamo assassini.
Noi siamo cittadini stanchi che combattono per la sicurezza dei proprio cari. Aprite gli occhi cittadini di New Orleans, siamo tutti intrappolati nella tela di un ragno pronto a cibarsi di noi i qualsiasi momento.
Condividete, informate, osservate. I Cani da Guardia sono con voi. Sempre.”
Era un video breve accompagnato da immagini trash interattive ma allo stesso tempo divertente e che faceva riflettere.
Chi lo ha creato deve essere molto bravo a montare video, pensai. Però hanno del fegato, non c'è che dire, ragionai.
Anch'io sapevo che postare un video su Youtube era un suicidio per dei terroristi, ma molto probabilmente facevano rimbalzare il loro ID. In pratica era impossibile trovare le loro tracce perché ce n'erano troppe.
Trovai altri video e notai che ogni volta la posta in gioco era sempre più alta e sempre contro l'Expedition Corp. Hanno hackerato un loro dipendente, hanno fatto azzerare alcune a loro azioni in borsa, hanno provato ad infiltrasi con scarsi risultati, e infine l'attentato della notte prima.
A sera tardi presi la moto e tornai alla libreria. Per mia fortuna era un posto abbastanza isolato dalle strade più trafficate quindi mi assicurai che non ci fosse nessuno nei paraggi e forzai la serratura. Appena entrata notai che era una di quelle librerie dove potevi tranquillamente ordinare u caffè al bancone e leggere un libro.
Una libreria come base operativa per hacker terroristi? Geniale, pensai stupita.
Andai verso il retro cercando di fare meno rumore possibile dove trovai una porta chiusa a chiave. Dall'altra parte si sentivano deboli urla e schiamazzi.
Staranno ancora festeggiando la loro vittoria, sorrisi. Se erano distratti sarebbe stato più facile prenderli di sorpresa.
Forzare quella porta era stato più arduo del previsto, sembrava antiscasso e di nuova generazione, ma dopo alcuni tentativi riuscii ad aprila.
Davanti a me c'era un muro interamente pirografato con ottimi disegni coloratissimi, a destra un corridoio che percorsi fino all'estremità dove mi fermai per valutare la situazione: tre ragazzi, compreso quello con la maschera, stavano ridendo attorno guardando video da un computer in mezzo alla stanza.
Osservai meglio l'ambiente, era un semplice magazzino con al centro un grande tavolo con vari computer sopra, a sinistra un divano rivolto verso uno schermo gigante, affianco al divano c'erano degli armadietti con panche annesse. Ero sbalordita per come avessero creato quell'ambiente in totale clandestinità.
- E tu chi diavolo saresti? - mi fece una voce femminile alle mie spalle.
Mi girai di scatto notando subito la pistola puntata alla mia testa. Addio effetto sorpresa, pensai. Poi vidi il volto della ragazza che la impugnava, era di etnia indiana e portava i capelli scuri lievemente rasati da un lato e lunghi dall'altro con un ciuffo che le arrivava alla spalla.
Alzai lentamente le mani in segno di resa. - Sono una vostra fan!? - le riposi.
- Non so il perché ma non ti credo – ribadì confusa facendomi segno di indietreggiare.
Riluttante obbedii fino a farmi notare anche dagli altri membri del gruppo. Avevo fatto un grosso errore di calcolo, non dovevo abbassare la guardia ma ormai non potevo farci più niente.
- Ragazzi, guardate cos'ho trovato qui dietro, stava origliando. - sorrise lei.
Tutti e tre si ammutolirono e si girarono verso di me con un'espressione mista tra il sorpreso e il confuso. In quel momento sperai davvero fossero solo dei cazzoni che si credevano eroi perché, in caso contrario, per me sarebbe stata la fine.



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