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mercoledì 10 maggio 2017

[Oneshot] Episodio 6




 20 Luglio 1948


Erano passati otto giorni dall'aggressione, lentamente mi ero ripresa anche se la paura era sempre presente. Alcune volte, quando Joseph mi sfiorava, trasalivo e mi irrigidivo. Sapevo che lui non mi avrebbe mai fatto del male ma quella esperienza mi era rimasta impressa.
Nessuno si era più presentato da quel giorno. Forse hanno capito la lezione, pensai mentre leggevo uno dei miei libri. In realtà era più una speranza che un pensiero.
Joseph era addormentato accanto a me e il fuoco scricchiolava nel camino. L'atmosfera era molto tranquilla e rilassata che gli occhi non riuscivano a rimanere aperti. Stavo per addormentarmi quando udii delle urla in lontananza.
Joseph si alzò di scatto a sedere. - Sono tornati. - mi fece. Il suo volto era serio e attento, per un attimo mi ricordò Evaline. Quello sguardo mi fece riprendere dallo stordimento.
Presi il mio diario, che avevo iniziato a scrivere dopo l'aggressione, un coltello militare per difendermi, che mi aveva regalato Joseph, misi tutto in uno zaino militare e uscii velocemente. Era il piano che avevamo programmato in caso di emergenza: dovevo fuggire verso la pietra vicino al Vallo di Adriano mentre lui sarebbe rimasto a combattere. Io mi ero opposta ma lui non voleva sentire ragioni, quindi riluttante accettai.
Appena fuori di casa notai delle torce e una piccola folla inferocita. Sgranai gli occhi e mi misi a correre più velocemente che potevo verso il bosco. Speravo che Joseph potesse risolvere la situazione senza lottare, non volevo perdere anche lui.
Qualche minuto dopo udii degli spari e delle urla, la battaglia era iniziata. Mi fermai e ripensai a quando quel pazzo di Emris mi aveva portata alla festa di Halloween e aveva cercato di portarmi in un'altra dimensione. Per farlo aveva fatto diventare una ragazza, Amber, una pluriomicida: aveva ucciso venti persone per accumulare forza vitale e alla fine era stata sacrificata per il rito per l'apertura del portale dimensionale. Le ultime cinque vittime le aveva freddate con una pistola.
Tornai a correre e raggiunsi il Vallo di Adriano, lo percorsi verso est finché non trovai i punto concordato e mi sedetti sulla pietra scolpita sperando di rivedere presto Joseph.
Dopo svariati minuti ancora non era arrivato nessuno e cominciai a preoccuparmi. Ti prego, Joseph, non farti uccidere. Ti prego, continuavo a pensare mentre voltavo lo sguardo da destra a sinistra.
Un fruscio nel bosco mi fece trasalire, una figura umanoide nera si avvicinò sempre di più. - Non ti avvicinare. Chi sei? - chiesi, ma non ricevetti risposta.
Io, per sicurezza, feci per prendere il coltello dallo zaino ma la figura scattò in avanti e mi bloccò il polso. Io alzai lo sguardo riconoscendo il ragazzo che avevo di fronte, lo stesso che aveva tentato di violentarmi giorni prima.
- Eccoti qua! - fece un sorriso malefico lui. Avevo i sudori freddi e non riuscivo a muovermi, ero paralizzata dal terrore.
- L-lasciami andare... - provai a dirgli ma la voce era come bloccata.
Lui rise ancora di più. - Oh, non ci penso nemmeno. Hai un debito da pagare piccola puttanella scozzese. - Con uno scatto del polso mi torse il braccio fino a farmi girare a forza di schiena.
Provai a scalciare e a divincolarmi ma non sortì alcun effetto. Lui con l'altra mano mi alzò la gonna e io cominciai a urlare. Ero totalmente nel panico e alla mercé di quel ragazzo.
- Urla quanto ti pare, tanto qui non ti sentirà nessuno, mia rossetta selvaggia. - era eccitato e si stava slacciando i pantaloni. Ormai mi sentivo rassegnata mentre mi strappava via le mutandine e cominciai a piangere per la disperazione.
Evaline, mi dispiace tanto, dopo questo non riuscirò a mantenere la promessa, dopo quello che stavo per subire non avevo intenzione di continuare a vivere, non con quella paura e non in quell'epoca.
Poco prima di essere penetrata, udii una persona correre verso la mia direzione e sbraitare: - Che cazzo credi di fare, maiale bastardo?
Subito dopo un gemito di dolore proveniente dal ragazzo mi fece capire che era stato colpito da qualcosa, bloccando il suo tentativo di possedermi.
Io mi divincolai facilmente dalla presa e scavalcai la roccia afferrando lo zaino. Mi girai verso la persona che aveva urlato e riconobbi il viso di Joseph alla luce della luna, i suoi vestiti erano sporchi di sangue.
Joseph si gettò verso il suo avversario armato con un pezzo di legno e lo colpì ripetutamente. Ma, all'ultimo colpo, il ragazzo afferrò l'arma improvvisata di Joseph e si rialzò.
- Senza armi decenti non fai tanto il gradasso, eh? - sbraitò il ragazzo.
Joseph sembrava leggermente intimorito. Il ragazzo gettò lontano il ramo e diede un pugno al suo avversario gettandolo a terra.
Io, presa dal panico, aprii lo zaino tirai fuori il coltello. Asciai cadere lo zaino e saltai di nuovo sulla roccia per prendere lo slancio e gli conficcai il coltello nel collo del ragazzo che stava prendendo a calci Joseph.
- Questo è per l'altro giorno, porco schifoso. - gli urlai per attirare la sua attenzione.
Il ragazzo urlò di dolore e con un gesto involontario mi sferrò una sberla in volto così forte da gettarmi a terra.
Joseph, dolorante, si rialzò e afferrò il coltello, lo estrasse per poi colpire di nuovo il ragazzo al petto, che cadde in ginocchio. Joseph provò a sfilare la lama dal petto del suo avversario ma sembrava essersi incastrato nello sterno, quindi prese un sasso e lo colpì al volto.
Il ragazzo cadde a terra ma Joseph si mise a cavalcioni sopra di lui e continuò a colpirlo in volto fino a sfondargli il cranio. Lo sguardo di Joseph era quello di una persona che non aveva nulla da perdere, solo furia omicida.
Poi si fermò, prese fiato e si alzò. Rimase per un istante immobile poi cominciò a prendere a calci il cadavere.
Non sembrava più il ragazzo gentile che conoscevo, sembrava il classico mostro che perde il controllo quando distruggi qualcosa a lui caro.
Mi rialzai e lo spinsi via dicendo: - Basta! Fermo! È morto, basta!
Lui mi guardò stordito. - Lui ha di nuovo... lui ti ha... - provò a dire.
- Calmati, non c'è riuscito. Non ha fatto nulla. Respira, adesso. Respira. - continuai a spiegargli.
Lui mi prese per le spalle e mi guardò. - Sicura?
- Sì, sicurissima. Non ha fatto nulla. - gli ripetei.
Lui si lasciò cadere sulle ginocchia e mi abbracciò in vita. - Meno male. Tess tu sei l'unica cosa che mi è rimasta. - confessò scoppiando a piangere.
Io gli accarezzai la testa. Non riuscivo a credere che anche lui si sentisse cosi solo da aggrapparsi a me, ma forse ero ancora scombussolata dal trovarmi negli anni quaranta che non ero riuscita ad accorgermene.
Vivere in quel periodo era più pericoloso che mai e credevo di non avere nessuno a cui affidarmi. Mi sbagliavo, avevo trovato un amico disposto a sacrificare la vita per me. Ma non sapevo se fosse un bene o un male. Sapevo solo che dovevo andare avanti e trovare un modo per tornare a casa, per tornare a New Orleans.  


Per chi volesse contribuire in questo modo all'editing: Grazie mille.



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