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mercoledì 17 maggio 2017

[Oneshot] Episodio 7



10 Marzo 1956
Erano passati anni da quella tremenda notte, ormai avevo vent'anni e avevo deciso di trasferirmi a New Orleans. Ero letteralmente scappata da Joseph, non perché mi trattasse male, ma perché avevo bisogno di risposte concrete e di vedere il Quartiere con i miei occhi. Quando provai a visitare la casa di Evaline mi aprirono una famiglia benestante che non conoscevo, in quel momento capii che Evaline, Tiffany, Kaileena, Jolene e Francis non erano ancora nati e mi abbandonai nello sconforto.
Per settimane restai in camera a piangermi addosso, poi, però, mi ripresi. Ero alloggiata da quattro mesi in un appartamento vicino Canal Street e avevo trovato un lavoro in una locanda di Bourbon Street. La paga faceva schifo quanto i mio datore di lavoro, un uomo vecchio, grasso, affetto da calvizie e perennemente sudato. Sbraitava in continuazione ordini e ci costringeva a lavorare con i tacchi, cosa mi che distruggeva le caviglie.
- Tess! Tess! - Una mano mi toccò delicatamente la spalla, mi voltai e vidi il volto di una donna sulla trentina. - Ehi, mi senti? Devi portare questi al tavolo due.
- Sì, scusa, Cecilia. Ero sovrappensiero. - le sorrisi e mi affrettai a servire.
Un'altra collega mi si avvicinò. - Sai che se batti la fiacca quel ciccione sgriderà a tutte, vero?
- Mi dispiace... - risposi.
Lei sospirò. - Non dispiacerti, lavora!
Da un lato aveva ragione, era l'ora di punta e i clienti erano molti. Il lavoro era mal pagato e stressante ma era meglio di niente.
Verso le tre del pomeriggio la clientela se ne era andata tutta e c'era un momento di calma piatta, quindi mi sedetti su uno sgabello del bancone. Mi guardai attorno per essere sicura che non ci fosse nessuno e mi tolsi le scarpe. Avevo i piedi gonfi e doloranti, più del solito.
- Cosa avevi per la testa oggi? - mi chiese la collega che mi aveva rimproverata.
- Nulla. Stavo solo pensando ai mie amici. - le risposi.
Lei si sedette accanto a me. - Ti mancano?
- Tu non immagini quanto. - sorrisi nervosa.
- E come mai gli hai lasciati per venire in questa piccola città? - mi chiese Cecilia appoggiata alla scopa.
Io la guardai negli occhi. - Fidati, se te lo dicessi non mi crederesti.
La donna sorrise confusa.
- E da quanto non li vedi? - continuò l'altra collega.
- Sono anni ormai. Poi ho incontrato un altro amico che alla fine ho dovuto lasciare per poter tornare a casa. - Quell'affermazione mi fece venire un nodo alla gola. Piantare in asso Joseph in quel modo, senza avvisarlo, mi vennero i sensi di colpa.
Cecilia si mise a ridere. - Tesoro, questa città è piena di mafiosi, negri, musi gialli e italiani mangia spaghetti. Le puttane girano per strada alla luce del sole e gli spacciatori sembrano i padroni dei quartieri. Ma quando New Orleans ti entra dentro non c'è amore che tenga, lei vincerà sempre su tutto.
Sorrisi, era vero, sentivo un legame con questa città, come se il mio compito non fosse ancora finito e dovessi servirla in qualche modo. Mi massaggiai i piedi per alleviare il dolore e il gonfiore, il turno non era ancora finito. Mi rimisi le scarpe e cominciai a spazzare per terra aiutando le mie colleghe.
Dopo una decina di minuti la porta si aprì e una ragazza di colore entrò nel locale. Aveva la mia età gli occhi neri, i capelli castano scuri e lunghi con l'acconciatura rasta e piena di lentiggini sul volto.
- Samari, che ci fai qui? - le corsi in contro.
- Ciao, Tess. Mi serve aiuto e non sapevo a chi chiedere. - mi rispose agitata.
Samari l'avevo incontrata pochi mesi prima, era ferita per colpa di alcuni aggressori e io le avevo prestato soccorso. Dopo quell'evento riuscimmo a vederci solo in un altro paio di occasioni.
- Cos'è successo? - le chiesi.
- Mio padre mi ha buttata fuori casa. Ha detto che ho raggiunto il limite e che se non volevo sottostare alle regole dovevo andarmene subito, ed eccomi qua. - mi spiegò.
L'abbracciai. - Tranquilla.
- Non ho più niente, Tess. Niente vestiti, niente soldi. Niente. - cominciò a piangere.
Cercai un aiuto da parte delle mie colleghe di lavoro ma ricevetti solo sguardi misti tra il confuso e il disgustato. Per un istante mi chiesi perché si comportassero così poi ripensai agli anni in cui vivevo: essere neri in quel periodo significava essere peggio dei ratti di fogna.
Le presi le guance e la guardai negli occhi. - Tranquilla. Verrai a stare da me. Va bene?
Lei fece di sì singhiozzando.
Cecilia da dietro il bancone borbottò: - Sei troppo buona, Tess.
Mandy, l'altra collega invece: - Se tutti i suoi amici sono così...
Da una parte compativo quel modo di pensare nato dall'ignoranza e dall'intolleranza ma dall'altra provavo rabbia. Pochi minuti prima mi parlavano amichevolmente e poi borbottavano alle nostre spalle.
- Che cazzo succede la fuori? - urlò un uomo dalla cucina. Subito dopo il capo della locanda aprì bruscamente la porta ed entro in sala. Appena mi vide la sua espressione cambiò e diventò paonazzo dalla rabbia. - Che cosa ci fa questa negra nel mio ristorante?
Di nuovo quella parola, pensai mentre mi montava la rabbia, ma il lavoro mi serviva e ingoiai di nuovo il rospo.
Sospirai. -Va bene. Samari, vieni dai, usciamo da qui.
L'uomo mi prese per un braccio e mi riportò davanti a lui, era veloce per essere un ciccione bastardo. - Tu non vai da nessuna parte. E, guardami bene, ti ordino di non immischiarti con certa gente. Chiaro? - mi sbraitò in faccia.
Io mi divincolai dalla sua presa. - Come prego? Apra bene le orecchie perché non lo ripeterò: lei potrà anche farmi lavorare mattina e sera con i tacchi alti e pagarmi una miseria. Ma non si azzardi mai più a dirmi cosa fare nella mia vita privata. E se mi tocca di nuovo la denuncerò per molestie sessuali. - gli urlai furiosa fissandolo negli occhi.
Quando notai una lieve indecisione da parte sua, presi Samari e feci per uscire. Mi girai un attimo e guardai le mie colleghe. - E voi due vergognatevi. - Poi uscii dalla locanda.





Per chi volesse contribuire in questo modo all'editing: Grazie mille.



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