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martedì 23 maggio 2017

[Oneshot] Episodio 8





24 Marzo 1956


Per metà del tempo Samari non aveva detto una parola sul motivo per cui era stata cacciata di casa, ma per il resto era stata una coinquilina perfetta. Una sera riuscii a farle sputare il rospo: era andata a una manifestazione sugli abusi a danno dei neri che purtroppo è sfociata in uno scontro fisico con le forze dell'ordine della città, ci sono stati tre morti e centinaia di feriti sopratutto tra i manifestanti.
Riuscii miracolosamente a mantenere il lavoro anche se il mio capo mi trattava con sufficienza e mi faceva il triplo delle mie colleghe ma in cambio non aveva più parlato della mia vita privata.
Quell'uomo fa tanta scena ma se gli urli addosso la maschera cade, avevo pensato quando ero tornata alla locanda.
Era ormai una settimana che lavoravo e il rapporto con Cecilia e Mandy erano ancora tesi anche se tornarono subito a parlarmi.
L'ora di punta di quel giorno era particolarmente affollato e all'inizio ci non feci caso ma un ragazzo era entrato nella sala. Con i capelli corti non lo avevo riconosciuto visto che di solito li portava lunghi e legati con una coda.
Quando il ragazzo arrivò al bancone mi porse i soldi per ordinare e mi disse: - Vorrei una birra scura per cortesia.
Osservai le sue mani, erano piene di cicatrici di tagli, una in particolare mi fece sussultare: era un taglio che percorreva tutto il palmo destro risalente alle seconda guerra mondiale. Alzai lo sguardo e i miei dubbi diventarono certezze: alto, prestante dai capelli castani mossi e penetranti occhi azzurri.
Per qualche secondo rimasi imbambolata a fissarlo. Sexy, arrossii. Poi mi schiarii la voce e tornai in me. - Cosa ci fai qui?
Lui mi sventolò i soldi davanti agli occhi. - Per una birra...? - mi sorrise confuso.
- E hai attraversato l'oceano solo per bere la schifosa birra annacquata che serviamo qui? - replicai. Non riuscivo a credere che fosse davvero venuto a cercarmi.
Il ragazzo si guardò attorno. - … Sì!
Scrollai le spalle, presi un bicchiere e lo riempii di birra e gliela misi davanti. - Ecco a te. Buona fortuna. - e presi i sodi.
Lui mi sorrise. - Perché?
Era rimasto il ragazzo che mi aveva salvato in Scozia e stranamente la cosa mi dava sui nervi. Molto spesso avevo pensato che mi avesse considerata come una sorella minore. Mi ha sempre trattata come una bambina anche quando ormai ero diventata adulta.
Gli diedi il resto. - Per il fegato. - lo schernii e tornai a lavorare.
Per tutto il tempo era rimasto seduto ad un tavolo a guardarmi e a sorridermi quando incrociavamo lo sguardo. Sembrava un teenager alla prima cotta.
- Ma chi è quello, ti sorride in continuazione? - mi chiese Mandy.
- Uno che conosco. - le risposi mentre servivo l'ennesimo cliente.
Cecilia dalle mie spalle. - Credo che lui voglia conoscerti di più.
- Sì come no. Fidatevi, non è quel il tipo di persona. - Quando lo dissi un po' mi rattristai.
- Se non lo vuoi tu, me lo prendo io. È così carino. - sospirò Mandy.
- Non se arrivo prima io. - replicò Cecilia.
Sbuffai. - La piantate voi due?
Entrambe si misero a ridere come se la discussione di alcune settimane prima non fosse mai avvenuta. La cosa mi faceva ancora arrabbiare quindi non risposi.
Cecilia e Mandy continuarono a fare battutine sceme e a ribadire quanto fosse carino. Come se non lo sapessi, pensai amareggiata.
Quando finii il turno il ragazzo si alzò e uscì aspettandomi davanti all'entrata principale. Io andai in spogliatoio e mi cambiai. Sapevo che il momento per la ramanzina sarebbe arrivata. Tornai in sala e salutai.
- Mi raccomando, lasciane un po' anche per noi. - ridacchiò Mandy. Cecilia stava ridendo.
Alzai gli occhi al cielo e uscii.
- Ciao, Tess. - mi fece il ragazzo appena mi vide uscire.
- Ciao, Joseph. - risposi.
- Vedo che stai bene. - continuò.
- Già... - Non sapevo che dire e guardai in basso imbarazzata. Poi presi un profondo respiro, lo guardai negli occhi e riproposi la domanda: - Che cosa ci fai qui?
Joseph sbuffò. - Davvero me lo chiedi? Sono qui per te. Mesi fa sei scappata lasciandomi da solo, poi ho notato alcuni ritagli di giornale di questa città e sono partito. - mi rispose.
- Capisco... - Era cosi preoccupato che ha frugato tra le cose che avevo lasciato a casa sua.
- Io no. Perché sei scappata senza dirmi niente? - mi chiese.
Tolsi di nuovo lo sguardo, mi sentivo in colpa. - Io sono nata qui. Questa è casa mia e qui c'erano i miei amici, la mia famiglia. Dovevo sapere se c'erano ancora, dovevo vedere con i miei occhi, capisci? - Avevo un nodo alla gola, ripensai a Evaline e agli altri ma scacciai subito quell'immagine dalla mia mente.
- Avresti dovuto dirmelo. Ti avrei aiutata. - mi rimproverò Joseph.
- Non hai capito, allora. Non volevo coinvolgerti e nemmeno farti entrare nel mio mondo. È troppo pericoloso. - gli urlai.
Dopo avermi salvata quella notte di otto anni prima, per lui era stata dura. Incubi della guerra, scatti d'umore improvvisi, giorni in cui spariva, altri in cui non riusciva ad alzarsi dal letto. Farlo entrare nel mondo delle streghe era l'ultima cosa che volevo fare.
Non voglio perdere anche lui, non lo sopporterei, mi meravigliai di quel pensiero e il mio cuore cominciò a palpitare più forte di prima.
Lui mi guardò confuso. - Tess, ma io... - tentò di replicare.
Io feci un gesto con la mano per farlo stare zitto, mi girai e me ne tornai a casa ignorando Joseph che continuava a chiamarmi per farmi tornare indietro.



Per chi volesse contribuire in questo modo all'editing: Grazie mille.



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